Il commercio equo e solidale non fa carità, ma giustizia!

Pubblicato: 28 ottobre 2009 in Politico-culturale

Lunedì 26 ottobre Francesca, fucina biologa, si è offerta di presentarci il commercio equo solidale, tema che le è particolarmente caro, sia per l’educazione ricevuta in famiglia che per il tipo di volontariato che svolge nella Parrocchia di Trescore Cremasco. Questa forma alternativa di Vignetta divertentecommercio affonda le proprie radici addirittura negli anni ’60 quando alcuni missionari, come il nostro cremasco Mons. Rosolino Bianchetti, dopo aver constatato le pessime condizioni di vita nei paesi del terzo mondo e delle difficoltà nell’avviamento economico di queste aree, decisero di creare un commercio le cui merci non fossero più frutto di sfruttamento, sopraffazione, soprusi, ma di servizio reciproco e di comunione. Quindi lo scopo principale del commercio equo è quello di battersi contro le ingiustizie e le iniquità del sistema economico mondiale, e la costruzione di  un’alternativa concreta per tanti piccoli produttori del Sud del mondo. L’ideologia sottostante non viene imposta ala realtà, ma antepone la giustizia alla redditività, i diritti agli indici di crescita. Non si tratta né di beneficienza né di carità, bensì di giustizia commerciale e solidarietà concreta.

Come realizzare questo commercio? Sicuramente avvicinare il consumatore al produttore, alle sue esigenze, al suo lavoro, alla sua cultura, attraverso una comunicazione su misura e attraverso l’educazione, non solo a partire dalle famiglie, ma anche nelle scuole. Anche le istituzioni sarebbero chiamate a diffonderlo e promuoverlo.

Perché l’aggettivo equo? Un commercio equo vuol dire incentivare lo sviluppo economico. Permette ai paesi del Sud del Mondo di sviluppare una propria economia con produzioni peculiari, consente ai produttori di svincolarsi dal controllo delle imprese straniere (le multinazionali) e di organizzare la propria produzione.

Quali le sue caratteristiche? Il commercio equo solidale poggia su alcuni canoni che lo contraddistinguono da tutti gli altri tipi di scambi commerciali. In primo luogo tutte le merci sono derivanti da prodotti ricavati da un’agricoltura biologica che salvaguardia l’ambiente sia grazie all’uso di attrezzature eco-compatibili. A ciò si aggiunge anche l’abolizione di monocolture intensive, che rendono sterile il terreno dopo pochi anni, l’introduzione di colture a rotazione periodica. In secondo luogo gli esportatori di prodotti equo solidali concedono un pre-finanziamento ai produttori (addirittura del 50% dell’intera somma): viene così garantito l’intero ricavato concordato precedentemente, dando una giusta ricompensa ad operai e produttore.

Quali gli obiettivi principali?

  • promuovere migliori condizioni di vita nei paesi economicamente meno sviluppati rimuovendo gli svantaggi sofferti dai produttori per facilitarne l’accesso al mercato;
  • divulgare, tramite la vendita di prodotti, informazioni sui meccanismi economici di sfruttamento, favorendo e stimolando nei consumatori la crescita di un atteggiamento alternativo al modello economico dominante e la ricerca di nuovi modelli di sviluppo;
  • organizzare giusti  rapporti commerciali e di lavoro nel rispetto e nella valorizzazione delle persone;
  • creare opportunità di lavoro a condizioni giuste tanto nei paesi economicamente svantaggiati come in quelli economicamente sviluppati;
  • sostenere l’auto sviluppo economico e sociale nei paesi del terzo mondo;
  • promuovere un uso equo e sostenibile delle risorse ambientali.

Pro e contro? Purtroppo il commercio equo solidale annovera ancora svariati difetti che non gli permettono di spargersi in scala mondiale e competere con le grandi multinazionali. Primo fra tutti c’è il problema della competitività dei prezzi. Infatti questo tipo di commercio si prefigge di pagare in maniera giusta tutta la manodopera che sta dietro ad ogni prodotto e adottare metodi compatibili con l’ambiente facendo lievitare i prezzi già in partenza: il prodotto finito sarà quindi più caro rispetto al corrispettivo di una multinazionale la quale può alzare ed abbassare il prezzo della merce in base alla condizione economica della gente. Un altro limite riguarda il fatto che esso si basa sul volontariato poiché i prezzi poco competitivi fan sì che sia difficile la privatizzazione di un punto vendita di questo genere. Inoltre non sono ancora presenti in alcun paese crediti statali che garantiscano una stabilità economica agli scambi equo solidali, i quali si affidano solo in piccola parte ad una banca etica che devolve parte dei propri introiti a questa iniziativa.

Commerco equo e solidaleFinché questo tipo di commercio rimarrà solo un modo occasionale per fare della carità, esso non avrà mai modo di inserirsi con vigore nelle frange commerciali più importanti. E’ quindi necessario “fare” un’ economia più giusta ed, appunto, più solidale, e mantenere uno stile di vita più sobrio, abbandonando poco a poco la nostra mentalità, ormai caratterizzata dal consumismo sfrenato del XXI secolo.

Luca Simonetti

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